Nel 1857 il piroscafo SS Central America affondò al largo delle coste della Carolina del Sud trascinando con sé oltre tre tonnellate d’oro. Per 131 anni quel tesoro rimase sul fondo dell’oceano, a più di 2.400 metri di profondità. Tutti sapevano, pochissimi provarono a recuperarlo. Prevaleva l’idea che ritrovarlo fosse troppo difficile e costoso.
Quando finalmente un gruppo di ingegneri riuscì a localizzarlo e riportarlo in superficie, alla fine degli anni ’80, quell’oro valeva una fortuna. Ma per oltre un secolo era rimasto lì, immobile, mentre il mondo sopra di lui cresceva e si trasformava.
Ci penso spesso quando parlo con persone che tengono i propri risparmi fermi su un conto corrente. Non è pigrizia, quasi mai. È la stessa sensazione che deve aver frenato i cercatori di tesori per un secolo: sembra troppo complicato muoversi, si preferisce aspettare “il momento giusto”, o semplicemente non si pensa che quel denaro, restando fermo, stia in realtà affondando sempre di più.
Perché è questo che fa l’inflazione: non serve una nave che cola a picco, basta lasciare i soldi dove sono.
Non si vede accadere, perché il conto in banca segna sempre lo stesso numero. Ma il valore reale di quel numero si erode, silenziosamente, anno dopo anno. È un tesoro che affonda un po’ più a fondo ogni giorno.
La differenza tra l’oro del Central America e i risparmi di una famiglia è che nessuno ha bisogno di un sommergibile per recuperare questi ultimi. Serve solo la volontà di guardare in faccia la situazione, capire quanto capitale è “fermo” e chiedersi se stia davvero lavorando per il futuro o se stia solo aspettando, sul fondo, che qualcuno se ne accorga.
La domanda, allora, non è se andare a recuperarlo.
È: quanto tempo vuoi ancora lasciarlo laggiù?
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